lunedì 8 febbraio 2016

THE REVENANT: UN CANTICO DELLA NATURA


A dispetto dell’ambientazione, The Revenant non è un film western. Non è nemmeno un film drammatico, una storia di passioni solo umane, sebbene prenda a prestito dal romanzo di Michael Punke la vicenda della vendetta del trapper Hugh Glass. The Revenant è una meditazione poetica sulla natura: i movimenti di camera, il montaggio, il tappeto sonoro, tutto concorre a immergere lo spettatore in un’atmosfera di bellezza primordiale.

Questa bellezza è uno scandalo per il sentimentalismo odierno, poiché è inseparabile dalla dura realtà della sopravvivenza e della lotta per la vita. Il film rivela un mondo dove a prima vista non c’è differenza tra uomo e animale: il protagonista è attaccato a suo figlio come lo è ai suoi cuccioli l’orsa che lo aggredisce. Vestito della pelle dell’animale, Glass darà la caccia alla sua preda, Fitzgerald, l’assassino del figlio. Questo mondo elementare è il mondo che l’essere umano abita da sempre, in verità, dalla preistoria in avanti: il mondo in cui “siamo tutti dei selvaggi” (così scrivono i francesi sul corpo del Pawnee ucciso, descrivendo involontariamente sé stessi). Qui sembra vincere la concezione estrema di Fitzgerald, che in nome del tornaconto personale mente, tradisce, uccide. Non a caso il suo mito fondatore è il racconto di come suo padre trovò dio in uno scoiattolo… e lo mangiò!

Tuttavia Fitzgerald, nella sua meschinità, ignora proprio ciò che il film mostra di continuo: la natura è materia e insieme meraviglia, è il miracolo perpetuo di una durezza che trascolora in purezza. Miracolo di cui l’uomo è custode, poiché solo l’uomo tra i viventi può vederlo. Glass arriva a vedere, e difatti il suo viaggio di corpo agonizzante diventa un percorso di purificazione dello spirito. Colui che sembrava retrocesso a un irrequieto cavernicolo alle prese con la pietra focaia, incomincia ad ammirare la natura, e allora il suo volto si trasfigura nelle fattezze di un profeta biblico.

“Non ho più paura di morire, sono già morto”, dice il protagonista a un certo punto. La frase significa più di quanto sembri: Glass ha subito qualcosa di simile a un’iniziazione, un’esperienza di morte personale e rinascita a un altro livello. Tanto più che alla contemplazione della natura ha fatto seguito la visione onirica del mondo dei morti. (Non ha forse sognato di incontrare il figlio tra le sublimi rovine di una chiesa?) Glass ha visto la realtà ammaliante e misteriosa dell’universo, e adesso prova una sorta di indifferenza verso la propria vita. Sarà proprio questo distacco estremo a dargli le ultime forze per portare a termine la sua vendetta.

Poi, però, tutte le circostanze convergono in un punto, tutte le avventure del caso rivelano un disegno. Una spirale, forse, come l’incisione sulla borraccia capitata davanti a Fitzgerald, segno che il suo nemico vive e lo sta cercando. Nel momento finale, Glass ha l’illuminazione definitiva, già suggerita dalle parole del Pawnee solitario “la vendetta è nelle mani di Dio”: la natura segue il suo corso, ogni cosa è parte di un ordine superiore. Glass lascia andare Fitzgerald alle correnti del fiume, verso i temuti Arikara, che così possono concludere lo scalpo iniziato anni addietro; la tribù risparmia invece Glass, poiché ha salvato la loro principessa (senza sapere chi fosse). Tutto torna, tutto è compiuto: nelle mani di Dio si riuniscono vendetta e misericordia. Al protagonista non resta che ricongiungersi alla divinità: il suo ultimo respiro apre i titoli di coda, che finiscono in una folata di vento. Un unico soffio divino attraversa la natura.

 

Massimiliano Peroni

 

 

sabato 17 ottobre 2015

UNA LEGGENDA CULINARIA







Il grande portone giubilare dell'alimentazione è prossimo a chiudere i battenti; ognuno resterà con le proprie impressioni, le personali critiche, gli accessi di entusiasmo. Forse, avremo nuovi dubbi: cambieremo i pranzi e le cene? Certo, continueremo a nutrirci. 
Nella caleidoscopica Italia del cibo avremo di che soddisfarci, oppure, più semplicemente, riscoprire costumi antichi, e antiche tradizioni di cucine fatte dei più misteriosi ma avvincenti miscugli: da qui sono passati tutti, o quasi.
A Teramo e provincia (in Abruzzo) al Primo di maggio si celebra il rigoglio primaverile con un piatto assai speciale, e particolare: le Virtù. Un'antica leggenda, ricostruita solo di recente sulla base di fogli sparsi, manoscritti e anonimi, narra l'origine di questo piatto unico. Ed ecco il racconto.

 

LE VIRTÙ 

 
A mia madre, maestra di Virtù
 
Tanti e tanti secoli fa, in un tempo così lontano che nessuno più ricorda, gli Dei si riunirono in solenne assemblea per eleggere - democraticamente - il re dei re, il Dio supremo, il governatore di tutte le terre, dei pianeti, delle acque e degli altri elementi. Non solo, il capo indiscusso avrebbe governato i destini degli uomini tutti: nascituri compresi. Il posto, come è comprensibile, ingolosiva i presenti, indistintamente. La discussione, all’inizio pacata, si era poi, chissà perché, incanalata verso un’accesa diatriba fino a risolversi in veri e propri insulti e improperi di ogni genere. Volarono parole grosse: grasso, senza senno, vagabondo;  addirittura qualcuno giura di aver udito con le proprie orecchie un Dio inveire contro un suo pari definendolo: ateo. E non era bastato! dalle parole si era passati alle vie di fatto: sonori ceffoni, strette alle orecchie, calci un po’ dappertutto. Il tenebroso spettacolo del Supremo Collegio agli occhi del mondo intero presagiva sciagure orripilanti, e la pace da tanti auspicata pareva veleggiare verso altre galassie, che, a dire di qualcuno (pare fosse un tale conosciuto per Santelmo), erano gestite da altre divinità, meno animose, meno sanguigne. Restando l’imitazione a specchio il peggior male della nostra progenie, analoghi tafferugli umani scoppiarono qui e lì, a macchia di leopardo, segno che la situazione sfuggiva di mano, e pesantemente. Saputa la qual cosa ecco che si alza il Dio della Curiosità con una brillante idea; dice: ognuno di noi prepari una pietanza che abbia come ingredienti le virtù del mondo, chi avrà preparato la pietanza più buona quello sarà il nostro re. Si mormora, qualcuno contesta. Il Dio delle Consuetudini obietta: perché mai un cuoco dovrebbe essere il nostro re? il Dio che tutti ci governa deve possedere la saggezza non l’arte di spadellare. L’altro con un sorriso compiaciuto di chi sa la risposta, gli fa: amicone mio, non è facile impresa rintracciare il maggior numero di virtù sparse dove nemmeno noi abbiamo contezza, tu forse dimentichi che per rendere più difficile la vita agli uomini le abbiamo nascoste sì tanto bene da non ricordarne i posti, ed ecco perciò che chi preparerà il piatto più buono vuol dire che quello avrà rintracciato più virtù, e tu m’insegni, aggiunse puntando il dito affusolato, che le virtù si rammostrano a chi le merita: quegli è il più virtuoso: quegli merita il sacro scranno. Tutti tacquero per poi applaudire, la proposta fu approvata: unanimità e una sola astensione.
Eppure la pace non tornò. La caccia alle virtù fu terribile e sanguinaria. Per mesi la terra messa sottosopra, sconquassata, invasa da Dei invasati alla ricerca di ciò che loro stessi avevano saggiamente nascosto. Poveretti! s’erano illusi - a quel tempo - di veder crescere le loro creature spontaneamente, tese alla virtù della vita senza le virtù! Aggiungeteci poi che questi Dei, singolari invero, erano convinti di aver occultato le virtù nei luoghi più inaccessibili, i più sperduti della terra, da cui un generale rovistamento di foreste sottoboschi grotte e fondali marini. All’uopo s’erano conclusi accordi bi e tri laterali dove ognuno c’avrebbe guadagnato qualcosa in caso di vittoria. I più maldestri andarono a cercare persino nelle viscere o nelle teste degli animali che, sventrati, spirarono senza nemmeno una parola d’addio, o di compassione. E fu un vero miracolo che fulmini e saette non si abbatterono sugli stessi uomini che in questa occasione non avrebbero nemmeno saputo a che santo votarsi, perdendo all’ultimo il conforto della religione.
Dopo la caccia iniziarono le prove culinarie.
Pentoloni giganti presero a bollire, incredibili miscugli di sgradevoli olezzi e fumi nauseabondi s’ersero tutt’intorno alla terra come una nube, tanto fitta da oscurare la lucentezza del sole. Qualcuno azzardò che si era alla fine del mondo ad opera della stessa mano che l’aveva creato: pianti a dirotto si levarono, supplicando, se doveva esserci, una morte rapida e indolore.
Il giorno statuito per la gara l’umanità tirò un grosso sospiro di sollievo, un unico sbruffo potente che alleggerì appena la malsana cappa; presto avrebbero avuto il nuovo Dio supremo, di tutti padrone. S’apprestò nel salone delle feste il gran tavolo circolare, e arrivarono, scortate, zuppiere colme di bontà fumose, piatti di carne sanguinolenta conditi con santa pazienza, spiedi infilati in galline ripiene di elevata saggezza, brocche di vino distillato da rossa forza, e così via; ciascun Dio indicava l’ingrediente usato che a suo avviso tanto era buono da racchiudere in sé tutte le ricercate virtù, gli altri assaggiavano e giudicavano. Bevvero e mangiarono a sazietà per sette giorni e sette notti, ma, ahimè! la fumata fu nerissima. Ognuno rivendicava la vittoria e riprese l’indecente parapiglia, e tanto bastò a mettere all’erta che nessuna virtù era stata riconquistata, e le speranze dell’umanità languivano per la paura del seguito.
D’un tratto si sente bussare al grande portone dorato e qualcuno annunciò: ecce homo. Pensate come rimasero di stucco quegli onnipotenti! Come osa interrompere il sacro conclave, urlarono in coro, mandatelo via a calci nel culo. Sentiamo cosa vuole, no?, intervenne il Dio delle Relazioni Umane, caso mai ha in serbo utili consigli; buuuuu fecero gli altri; non ci costa niente, aggiunse il Dio del Tempo Perso (e questo era vero), fatelo entrare. E così fu.
Si presentarono un bifolco puzzolente di letame e rosso in viso dal tanto bere e la sua amatissima signora, capelli legati e grembiule ancora unto di cucina fresca; in due portavano un gran contenitore ancora fumante pieno fino all’orlo, e dopo un sudato issa lo sistemarono al centro del tavolo del conclave.
E questo cos’è?, chiesero gli Dei, rosi tra il fastidio e la curiosità morbosa.
Un po’ di pietanza, fece il cafone, sappiamo che siete tanto impegnati con le cose vostre sante e benedette, abbiamo pensato che ...;
E questa sbobba?, fece il Dio della Maleducazione.
Nel frattempo solerti valletti alati di già servivano piatti strapieni di quell’odoroso miscuglio.
Gli zotici si guardarono come a consultarsi, poi lei, la femmina di casa, arrossendo disse: non saprei dirle, l’ho inventato io, ci metto dentro tante di quelle cose, ci metto - e abbassò la voce - i rimasugli dell’inverno insieme alle cose nuove che nascono ora che siamo ai primi di maggio, lo sapete voi signori come va, dipende dalle stagioni, ci stanno quelle buone e quelle cattive, questa è stata buona grazieadio.
Dacci la ricetta, donna, tuonò il DIO della Prepotenza, mica possiamo mangiare senza sapere che c’hai messo.
Allora - rispose pronta la donna - ci ho messo: 
2 litri di olio o poco più
3 chili di legumi secchi (fagioli tondi, fagioli cannellini, fagioloni, ceci, lenticchie) da mettere a bagno 20 ore prima, i ceci 24 ore, le lenticchie direttamente nell’acqua bollente
3 chili di piselli
3 chili di fave
7 carciofi fritti
3 mazzetti di annita
2 chili di spinaci
2 chili di bietole
2 uova di pasta verde
2 uova di pasta normale
1 uovo di pasta rossa
½ uovo di pasta mista
2 etti di penne
2 etti di conchiglie
3 etti di orecchiette
1 chilo e ½ di polpette
1 osso di prosciutto da mettere a bagno 2 giorni prima
5 mazzetti di misericordia
e poi ancora (senza numerario - n.d.n.)
peperella, borraccia, battuto di carota sedano aglio cipolla, alloro nei legumi, limoni per pulire i carciofi, maggiorana prezzemolo. 
Tirò il fiato la brava donna, che l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo e aveva parlato tutto d’un botto, paonazza in volto, le mani sudate e strette. Che brutta cosa la superiorità!
Gli Dei, buttati a capofitto nei piatti, ammutoliti, scucchiaiavano con poca eleganza presi da un ignoto ardore mangereccio; guardinghi verso i vicini commensali sempre pronti ad arraffare l’altrui, s’affrettavano per avere il bis.
La coppia si teneva per le mani, avvinte dalla paura: un solo errore sarebbe costata loro la faticosa vita, ma il silenzio faceva ben sperare. Stettero all’erta godendosi attimo dopo attimo l’unico suono che li rappacificava: quello dei cucchiai. Poi uno alla volta gli Dei parlarono: sputarono stupore e meraviglia: è vero ci sono i ceci, e anche i fagioli, e l’erbetta, e gli spinaci, e così via elencando. Li ignoravano bellamente ingurgitando mestoli su mestoli: insaziabili. Finirono i piatti tutti insieme sul filo dell’arrivo e tutti di nuovo serviti per la doppia razione e dire che ne avanzava forse per una terza, tanto era grande il recipiente.
Che volete che vi dica quello era il piatto che avevano così tanto ricercato, lo si capiva dal gusto e dai commenti, dalla soddisfazione che distendeva le fronti spesso corrucciate, e poi erano diventati più buoni tra di loro, si dicevano grazie e prego, si passavano l’acqua, l’oliera e così via, dimentichi delle pregresse liti furibonde cui s’erano lasciati andare negli ultimi mesi: sconciamente. Il linguaggio era migliorato di parecchio, forbito con giusti accenti e senza sbavature, insomma tutta un’altra storia. Quando all’improvviso, come colto da un’illuminazione, s’alzò il Dio dell’Osservazione, in genere silenzioso, e urlò: queste sono le Virtù! Tacquero posate ganasce e mormorii: la cosa era seria, e potete rendervene conto da voi stessi. Gli Dei in scacco da due contadini. Alcuni storsero il muso sporco, altri prima di farlo se lo pulirono, ma il Dio dell’Osservazione continuò imperterrito a onta delle conseguenze, e forte del suo nuovo incarico di Dio della Giustizia delle Cose, osservò: la bontà di questo piatto e tutto quello che ne è seguito ci dimostra che in esso sono raccolte tutte le virtù, perché le virtù non sono una cosa sola ma un insieme di cose ben congegnate e la prevalenza di una sola di esse guasta sapore e contenuto, e poi sono tutti ingredienti che si trovano facilmente, alla luce del sole, quindi io dico che l’uomo ha saputo trovare le virtù che noi abbiamo loro consegnato ai tempi dei tempi e ne hanno fatto buon uso.
Ma noi non vogliamo comandarvi! fecero i due poveretti letteralmente terrorizzati e persi in una condizione di grandiosa umanità.
Gli Dei avviarono febbrili consultazioni e all’unisono convennero che la condizione umana era inconciliabile con la potenza divina: i villici potevano dormire sonni tranquilli.
Un regalo in ogni caso vi spetta, fece il portavoce di tutti, il Dio Tesoriere.
Cosa?, chiese la villica alquanto interessata.
Ci sono, urlò il Dio delle Celebrazioni: a garantirvi un giorno dedicato alle virtù in questo stesso giorno, ogni anno, avrete un’esplosione di verdure, fiori e frutta perché possiate rinnovare per sempre la vostra saggezza.
Quel giorno era il primo di maggio.
La coppia s’inchinò umile di fronte a tanta benevolenza e guadagnò la porta, ma lei, la padrona di casa, la contadina, rimbrottò al marito: dovevi chiedere tu, farti sentire, che regalo è per me? fatica solo fatica pure il primo di maggio che è festa!
Ed è così che ogni anno nei giorni che precedono il primo di maggio rigoglisce la natura offrendo tutti gli ingredienti necessari per le Virtù a rinnovare la riconoscenza degli Dei verso l’innata saggezza degli uomini.
Il giorno successivo gli Dei, ancora pieni di quelle virtù, in un batter d’occhio elessero il Dio supremo che regnò non so quanti secoli, e a quanti mi chiedono, a conclusione di questa storia, perché gli uomini non sono sempre virtuosi e saggi, agevolmente rispondo: perché vogliono assomigliare troppo agli Dei.
 
Michele Mocciola

mercoledì 9 settembre 2015

INTERMEZZO POETICO





I lunghi pranzi, quale è Expo 2015, richiedono momenti di sosta per tacitare viscere e mandibole; per calmierare gli spazi cavernosi del ventre in modo da averne di nuovi per la ripresa. Molti sono i modi per impegnare questo tempo, e in genere si escogitano i divertimenti più svariati per rallegrare i convitati: aedi, giocolieri, danzatrici del ventre, nani impertinenti, mostruosità in gabbia, buffoni.
Noi abbiamo scelto la lettura di alcune poesie: basta cliccare sui link.

Cucinata di poesie letta da Michele Mocciola - redazione I Sorci Verdi

Giorgio Baffo letta da Giacomo Cattalini - redazione I Sorci Verdi


La prima - Cucinata di poesie - sfrutta il momento culinario italiano amplificato da Expo 2015 per richiamarci alla memoria grandi poeti e scrittori della storia della letteratura, ed è un invito ad approfondirne l'opera mentre mangiamo. In fondo, si tratta pur sempre di cibo per un corpo, quello umano, dalle molteplici esigenze.

Gli altri due componimenti sono di Giorgio Baffo, poeta licenzioso del '700, poco letto, eppure autore di spiccata arguzia e vividezza poetica; il tono spregiudicato delle poesie nulla toglie al ritmo serrato ed alla profondità del pensiero, anzi rivendica la libertà estrema di ogni vero poeta.

 

Cucinata di poesie è di Maria Chiara Forcella, psicologa e psicoterapeuta di Padova, autrice di Claut e Brunduis (Chiodi e Susine), Edizione Universitaria, Venezia; di “Nuovi Orizzonti” con Maison d’art, Padova; di Cidules (Rotelle infuocate) con l’antica legatoria libri Cesarò, Padova. Legge  poesie presso la Maison d’Art in occasione di mostre di pittura ricercando ed approfondendo  un percorso di legame  psicologico e psicanalitico tra arte pittura e poesia.

sabato 25 luglio 2015

I SEGRETI DE I SORCI VERDI - 4




L'afa è insopportabile e ci stringe a tenaglia sperando in un nostro immediato cedimento; noi resistiamo, ricorrendo ai più disparati congegni di sopravvivenza per spegnere fiamme caloriche per le quali vorremmo ritardare l'avvento. Giriamo inebetiti per la città, confondendo immaginazione e realtà nella calura che sale con le ore, fino a quando, spossati, decidiamo di tornare a casa per mangiare quel freddo gelato accuratamente messo da parte per i periodi peggiori: questo è uno di quelli! Ebbene, che gelato può mai rinvigorirci a dovere senza una spalmata di denso liquore al cioccolato che ci rende più energici e pronti a sfidare le altre ore della perfida canicola?
 
 
 
 
  
 
LIQUORE AL CIOCCOLATO
 
 
INGREDIENTI
 
100 g. di cacao amaro
 
1 litro di latte intero
 
800 g. di zucchero
 
200 g. di alcool puro per liquore
 
 
PREPARAZIONE
 
Miscelare bene cacao e zucchero in una teglia; scaldare appena il latte finché non diventa tiepido; aggiungere il latte nella teglia poco alla volta per bene amalgamare il composto.
Mettere la teglia sul fuoco basso portando ad ebollizione; dalla bollitura 15 minuti circa.
Consiglio: armatevi di pazienza perché con il fuoco basso l'ebollizione tarda ad arrivare, e scaldate i muscoli perché dovete mescolare continuamente durante questa fase, specie quando il composto inizia a diventare denso, per evitare la formazione dei famosi grumi.
Quando è finita la cottura fare raffreddare bene a temperatura ambiente, aggiungere l'alcool e travasare in belle bottiglie decorate.
In attesa dell'inverno, quando quello stesso liquore servirà a scaldarvi dal freddo.




sabato 27 giugno 2015

I SEGRETI DE I SORCI VERDI - 3


                         
Una nostra appassionata lettrice ha inviato questa gustosa ricetta, per tutti coloro che non disdegnano la carne ... anzi ne mangiano volentieri, perché de gustibus non disputandum est. Il tempo scorre via al suo tempo, che a noi pare veloce o lento, secondo imperscrutabili condizioni quotidiane, quindi per qualcuno è già estate da un pezzo, per altri è prossimo l'inverno. Ognuno potrà cucinare questo bel trancio di carne con una succosa polenta quanto avvertirà il freddo incipiente.
 
 
 
 
 
 
 
MANZO ALL'OLIO

 
Questa ricetta è tipica della zona di Rovato (provincia di Brescia); ne esistono diverse varianti, questa è  la mia ricetta.

 

INGREDIENTI

Un bel pezzo di carne di manzo, tipo cappello del prete da 1kg

Un vasetto di senape non troppo piccante

 2-3 spicchi d'aglio

 2-3 acciughe sotto sale

 Olio extra vergine 1/2 Litro

 Sale e pepe q.b.
 

PREPARAZIONE

Prendete la carne, mettetela sul tagliere, spalmatela generosamente con la senape (adoperate pure  le mani, così la massaggiate vigorosamente).

In una padella (meglio se antiaderente e con i bordi alti) fate rosolare in un po’ di olio gli spicchi di aglio tritati insieme alle acciughe.

Aggiungete la carne spalmata di senape e fatela dorare bene da tutti i lati.

A questo punto aggiustate di sale e pepe e ricoprite letteralmente la carne di olio extra vergine… Sembra uno spreco, ma altrimenti non si chiamerebbe manzo all'olio!

Fate cuocere lentamente a fiamma minima la carne, rigirandola ogni tanto, anche per 2-3 ore, dipende da quanto è grande.

A cottura ultimata fatela raffreddare tra due piatti con sopra un peso, per tutta la notte.

Quando è il momento di mangiare, la carne va tagliata in fette sottili e cosparsa col sughetto di olio riscaldato.

Si consiglia di accompagnarla con una buona polenta, magari taragna, e delle patate arrosto.

BUON APPETITO!!! 

Betty Paniz