sabato 28 giugno 2014

LA LISTA (II)




C’è poco da dire: il coraggio fa fare passi da gigante. A tutti!
Parlavano - anzi, meglio, parlava - di libri: dei sontuosi, inarrivabili, maledetti, roboanti libri. Di ogni genere. Partì con i racconti e finì con la poesia attraversando una cordigliera intera di generazioni e secoli e generi: e non fu mai dotta. Si limitava a offrire il succo polposo di personali sensazioni e palpitazioni, ricreando il mondo in cui viveva quando leggeva: un mondo inaccessibile, e a macchie di colore. Lui aveva notato che i suoi occhi spesso parevano guardare altrove, eppure pensò bene di evitare accenti troppo personalistici, inutili informazioni: lui, l’ascoltava. Spesso non capiva nulla di quanto lei dicesse, e si sforzava; era uno sforzo tremendo il suo, e evidenti chiazze di sudore gli aureolavano le ascelle, e per darsi un tono ordinava una birra dietro un’altra, e anche lei lo seguiva in questo, per non essere da meno. Gli venne il dubbio che tutto questo fosse molto o troppo teorico, nulla di afferrabile nello spazio infinito dei tanto decantati libri. A studiarla bene, in verità, lei era un po’ come il Giudice Tal dei Tali. Certo nessun paragone possibile in fatto di bellezza, però era un incensamento continuo dei libri, di questi famosi libri, di questi invocati evocati enfatizzati libri, ma alla fine nessun titolo o lista o nome, a lui che voleva una via, o un vicolo soltanto, con numero civico; insomma, un posto dove soffermarsi e guardare in giro o in alto gli abbaini poco illuminati. Gli sarebbero piaciute delle storie di persone possibili, che avrebbe potuto incontrare in ogni momento, ad esempio mentre spingeva orrendi carrelli dalle ruote storte nel supermercato a due passi da casa sua; che poi, caso mai, non le avrebbe incontrate quelle persone, ma il solo fatto che ciò fosse possibile gli avrebbe reso un senso della realtà, una realtà vera, vivibile. Invece, ogni cosa restava sospettosamente vaga. Affusolata, ondeggiante. Gli stavano proponendo, in fin dei conti, un bel cartoccio di zucchero filato, perchè per lui niente era più evanescente e inconsistente dello zucchero filato, a parte quel buon sapore di bruciato e dolciastro che non era per niente male. Ecco! aveva trovato la soluzione, gli stavano propinando - il Giudice come la ragazza - una cassa intera di zucchero filato, volevano che restasse bambino, un bambino estasiato che immagina e sogna una vita di balocchi salvo farsi venire le occhiaie, andando negli anni giovanili, a comprendere un’umanità di tutt’altra pasta. Lui era stato in carcere, soltanto due giorni, certo, eppure sufficienti a uscire dal mondo incantato dei sogni: era diventato più grande. Come si dice?, si disse: era adulto. Sì, era diventato adulto. Arrivò a pensare, intanto che l’altra spaziava nell’immenso mondo dei libri, che sarebbe stato bello rendere obbligatori alcuni giorni da carcerati invece del servizio militare, ognuno ne avrebbe tratto beneficio per il futuro. E perciò, venendo al dunque, non gli servivano leccornie e simili, neppure lo zucchero filato. Gli interessavano i libri carnosi e succosi pieni di uomini e donne eccitati che si incontravano discutevano si odiavano e si amavano, che facevano un gran sesso, tanto e sempre, e mentre lo facevano guardavano fuori dalla finestra un tramonto o la luna o una stella più ardente delle altre, o una finestra illuminata pensando ad altro, immaginando altre storie, altri letti, altri incontri. Li voleva così i libri, oppure ne avrebbe fatto francamente a meno. Voleva trovarci gente che s’incrociava per caso o per volontà, che s’infiammava alla prima occasione o restava estasiata di fronte a sciocchezze che parevano verità indistruttibili, ci avrebbe voluto tante tantissime cose nei libri, e tutte possibili e reali per potere sognare che capitassero anche a lui. E se in punto di morte si fosse accorto di una propria vita banale ogni oltre immaginazione, beh! pazienza! sarebbe morto con la speranza che quelle vite sarebbero potute capitargli nella prossima vita. Lui ci credeva.
All’improvviso lei tacque. Aveva finito. Ordinarono altre due birre lasciandosi andare sulle sedie a godersi i rumori di fondo; di fianco a loro c’era un signore di mezza età impegnato in un cruciverba, assorto completamente, in lontananza un miscuglio di razze ed età, al di là dei vetri un paio di persone li osservavano e dietro di loro la folla scorreva calma: non era ora di punta.
Cos’hai comprato? gli chiese lui a bruciapelo; in libreria? domandò lei; sì, sì, insisté lui, quel libro che ti ho rovinato, cos’è. La ragazza parve pensarci su: sono più di ottocento pagine, scritte fitte, me ne hanno parlato bene, però di più non so. Ottocento pagine? fece lui a occhi sbarrati. Come si fa a scrivere così tanto, e a leggerli soprattutto; beh! replicò lei, la vita è molto più lunga di ottocento pagine eppure non ci basta mai. Convinta di averlo spiazzato. Se sei fortunato è così, altrimenti ..., rispose lui, e fu la replica definitiva. La più saggia. Ma tu leggi?, chiese la ragazza con qualche dubbio al riguardo, ora; lui le spiegò candidamente che in effetti non leggeva e che era in attesa di una lista di libri da una persona molto su - e le dovette precisare che intendeva una persona altolocata, uno potente insomma, lasciando di stucco la ragazza che non avrebbe immaginato certe sue entrature a vederlo così com’era, con quei capelli folti e arruffati e ricci e neri, e addirittura senza avere mai letto un libro (perchè a questa conclusione era inappellabilmente giunta); però la lista non arrivava e lui non aveva mai iniziato a leggere. Fammi leggere il tuo, le disse con tono sfacciato, direi impertinente. La ragazza era più impertinente di lui: tieni, gli disse, prendilo, leggilo e riportamelo. E presa da uno scatto di nervi lasciò cadere sul tavolo il bel tomo da ottocento pagine e se ne andò in tutta fretta. Il ragazzo - che l’avrebbe volentieri presa a schiaffi - non fece nemmeno in tempo a chiederle dove l’avrebbe ritrovata per restituirle il libro; alzò le spalle indifferente e ordinò un’altra birra. L’ultima.
Quella sera fu un disastro.
Il giovane ardeva dalla voglia di leggere il libro. La copertina blu gli piaceva e anche la figura di donna stampata sopra stimolava sensi nascosti, per lui indecifrabili, e se lo rigirava tra le mani, e ne scorreva le tantissime pagine con il viso pronto a ricevere il loro fresco alito, quello decantato, raccontato, mitizzato. Si convinceva di più e ancora di più che aveva proprio voglia di leggere un libro: quel libro. Ce la farò?, si chiedeva un attimo dopo, vedendolo sul comodino alto un bel po’ e compatto. Fece dei calcoli e usciva fuori che se avesse letto 5 pagine al giorno l’avrebbe finito dopo 168 giorni (le pagine erano 843 per l’esattezza), cioè cinque mesi circa. Cinquemesi? gridò. Qualcuno bussò forte alla parete: silenzio! è ora di dormire, disse una voce attutita. Cinquemesi?, ripeté a voce sommessa. E se muoio prima?, si disse. Fece una smorfia con le labbra, in fondo era un’ipotesi assai remota, i giovani non muoiono tanto facilmente. Si convinse che non sarebbe morto e che ce l’avrebbe fatta a conoscere il finale di quella storia che dal titolo pareva proprio un giallo con un morto e un colpevole. Pensò al Palazzo di giustizia, e al Giudice, e una gran soddisfazione gli montò dentro e avvertì un caldo così piacevole che ci scappò una risata. Era di nuovo la bibita frizzante. Ricomposta la mente, e i sensi, decise che le pagine da leggere dovevano essere non meno di 10. In fondo non sono poi tante - si fece coraggio - se leggo una pagina al minuto mi ci vogliono dieci minuti e dieci minuti al giorno sono niente, uno starnuto appena. Gli occhi del ragazzo brillavano, aveva capito finalmente perché la gente leggeva così tanti libri: perché è un gioco da ragazzi. Leggendoli con dieci minuti al giorno puoi divorare intere librerie. Si lavò i denti, diede una rassettata ai capelli, e felice fino all’orlo si infilò nel letto. Tutti affermavano di leggere prima di dormire, quindi evidentemente era quella la situazione migliore, la più adatta, pensò.
Faticò a trovare la posizione perché la luce non arrivava a sufficienza sul libro, il materasso pendeva da un lato e le coperte gli davano fastidio, si mise di lato - prima il destro poi il sinistro - supino, prono (ma capì subito che quest’ultima posizione gli avrebbe procurato una cervicale da paura), e dopo vari rivoltamenti e aggrovigliamenti di lenzuola, con un inizio di nevrosi immediatamente soffocata, pervenne ad un buon compromesso. Era mezzo di lato e mezzo supino. Riprese a respirare tranquillo.
Lesse la prima pagina di corsa perché aveva già perso del tempo prezioso - sebbene, si disse confortante, i dieci minuti dovevano calcolarsi di sicuro dal momento in cui iniziava a leggere, non certo prima - e di corsa anche la seconda, e controllando l’orologio capì che era in orario, forse una manciata di secondi in anticipo; sarà bene accelerare, disse, e forzò la lettura della terza e della quarta pagina. Alla quinta avvertì una prima confusione sui nomi, e dei luoghi anche. Il tutto si svolgeva in un Paese a lui ignoto, e i nomi delle vie e delle piazze lo incagliavano, e soprattutto lo confondevano e lui li saltava, apparendogli inutili: ma la confusione restava. Si parlava anche di poesia e di giovani poeti: e che ne poteva mai sapere. Meglio così, pensò, imparo due cose insieme. Era in anticipo sul cronometro e tornò indietro (farò presto, pensò). Invece si incartò sulla terza pagina perchè rileggendola gli sembrava necessario ritornare alla seconda e, da lì, alla prima, ed erano trascorsi cinque minuti, gliene restavano altri cinque ed era tornato al punto di partenza. Imbizzarrito, lesse come un forsennato tutte le pagine fino alla decima, e si fermò. Non aveva capito niente. Chi e cosa si faceva in quello strambo Paese sconosciuto si accavallavano, e più cercava dei personali punti di riferimento più ogni cosa lo lasciava indifferente, perché in fondo a lui che gliene fregava delle vite altrui. Forse non gli importava nulla dei libri se non erano altro che racconti delle vite di certi sconosciuti. Un accesso d’ira lo conquistò tanto da gettare via il libro che cadde con un tonfo; poi il ragazzo scoppiò a piangere. Piangeva davvero, nascondendosi sotto il cuscino, nascondendosi alla sua vista, e piangeva balbettando la sua ignoranza, e la stupidità pure, e di fronte a sé vedeva una muraglia prima d’acqua e poi di cemento e poi di fuoco, una muraglia impossibile da superare, mentre lui sarebbe rimasto lì, nell’angolo, a invecchiare. E, per di più, senza aver letto un solo libro, uno qualunque. E quando smise di piangere si addormentò profondamente.
Il giorno dopo, puntuale, era davanti al Giudice Tal dei Tali.
Il Giudice in questione godeva di una accentuata, seppur nascosta, sensibilità, che lo avvertiva degli umori intorno a lui. Che c’è?, chiese al ragazzo, qualcosa non va? Nulla, va tutto bene, rispose; non ti credo, gli fece il Giudice, sembri sul punto di scattare come una molla, qualcosa è successo. Attese. La lista?, cambiò discorso il ragazzo; non c’è, disse irritato il Giudice guardando certe carte che aveva sul tavolo, torna domani. E se non tornassi?; beh, sarebbe peggio per te, lo sai. Il giovane si mosse nervoso, era la prima volta che manifestava sentimenti ostili, sembrava giunto al picco della pazienza, e non c’era da dargli torto dopo tanto tempo per avere una semplice lista di libri. Una semplice lista di appena qualche libro leggibile. In fondo lui non aveva chiesto niente, era stato l’altro a solleticarlo. Nel frattempo, gli disse il ragazzo, non potrebbe dirmi come si fa a leggere un libro? Il Giudice Tal dei Tali si insospettì. Perché hai comprato un libro? gli chiese. Ma no che dice! fece secco lui, senza la sua lista che libri vuole che io compri, lo chiedevo così, per anticipare i tempi e quando avrò la lista potrò iniziare subito. Il Giudice finse di crederci. Per leggere bene un libro, gli disse severo, non devi far altro che pensare alla tua vita. E tacque come suo solito. Alla mia vita? disse il ragazzo alzandosi, vistosamente adirato, mi prende in giro? ma non parlano i libri della vita di altre persone? Il Giudice conservò la calma e l’equilibrio propri facendogli intendere con uno sguardo più comprensibile delle parole che aveva espresso la sua opinione e null’altro v’era da dire al riguardo. Ora vattene, gli intimò. Il ragazzo se ne andò furioso. Sulle scale incrociò i suoi abituali estimatori ai quali non diede un minimo di confidenza e uscendo sentiva che bisbigliavano: c’era da immaginarselo, ne avrà fatta una delle sue quel vecchio gufo. Eppure lui non ce l’aveva con il Giudice. Avrebbe dovuto avercela, perché era stato più provocatorio del solito, più arrogante, e di nuovo aveva rinviato la lista lasciandolo sulla corda in un’attesa infinita e straziante, come un feto che non nasce mai. Eppure sapeva che a voler menar le mani si sarebbe dato volentieri un bel pugno in un occhio. Fuori il tempo era incerto, nuvole veloci andavano e venivano e non riuscivi a goderti un po’ di sole o un cielo scuro per più di un minuto, che quello cambiava. I suoi sentimenti cambiavano, con la stessa velocità. Si appoggiò ad un lampione a guardare uno per uno chi gli passava davanti. Gli occhi, il taglio dei capelli, la forma della mascella, l’andatura, e provò a immaginare le loro vite, le case, gli arredi, le famiglie, arrivando alle parentele fino al terzo grado. Ogni tanto le paragonava alla sua, e, quindi, alla sua famiglia, e se possibile verificava le analogie per lui di maggiore interesse. Pensò al carcere, che in fondo è un’esperienza non proprio frequente in certi ambienti. Si immaginò una cosa simile per il figlio presunto di una signora davanti ai suoi occhi, vestita con una bella gonna ed una borsa capiente. La vede disperata davanti ad uno specchio dopo la chiamata dei poliziotti che il figlio era in stato d’arresto; anzi la immagina seduta sul water, pensosa, e poi la vede uscire di corsa, andare dalla vicina per chiederle un favore, sa! avevo promesso a mio marito la parmigiana e mi dispiacerebbe se ..., e la vicina la rassicura. Ora la signora a passo veloce entra in un portone elegante con i numeri al posto dei nomi, si è fatta riconoscere accolta da un gridolino di piacere. L’attende sul primo pianerottolo una signora molto anziana dai capelli argentati ed un bastone bello grosso. Saluti, convenevoli, occhiate prolungate per scrutare ciò che non viene detto, per assaporare sicuramente dei ricordi troppo lunghi da sbriciolare lì in quel momento sul pianerottolo, in così troppo poco tempo. C’è qualcosa che agita, s’intuisce. Le due donne sono dentro, è percepibile una conoscenza di molti anni, forse l’anziana era stata una insegnante o chissà, l’importante è che resta un affetto sicuro, e a lei, a quella più giovane, ora interessa il nome di un avvocato bravo, non troppo caro, però, hanno di quegli onorari, mio figlio ha avuto un problema, l’hanno arrestato, non credo sia una cosa grave, lo conosco. La donna evita le lacrime, resta composta, ma addolorata sì, si vede e la donna anziana non si perde in inutili domande, chiama subito, ha conoscenze ottime, e discrete, può andare lì anche adesso, ha giusto un’ora libera. Che fortuna! qualcosa gira per il verso giusto. La madre in ambascia ha una gratitudine seria, visibile, assicura visite meno frettolose e sgattaiola con qualche imbarazzo di riserva, e va dall’avvocato, gentile, rassicurante. Sa, oggi si arresta per niente, vedrà che è stato un equivoco presto sarà libero. La signora torna a casa, raccoglie la spesa dalla vicina, prepara la parmigiana, ragguaglia il marito, lo calma, espande discorsi ragionevoli, stempera reazioni impulsive. Poi, lo accarezza sulla testa mentre lui finisce la parmigiana, sazio, e si distrae con la televisione, e lei va a struccarsi. Dice. Finalmente può sedersi di nuovo sul water a piangere, disinvolta, libera. Soddisfatta. Il giorno dopo l’avvocato va al parlatorio, le cose si schiariscono verso il meglio, si aggiustano, dovrà stare un altro giorno ancora e quasi sicuramente sarà libero. Il ragazzo è raggiante torna in cella e trova uno nuovo, della sua età, che ha voglia di parlare, di comunicare la sua esperienza, si ritrovano, l’altro non immaginava una tale accoglienza e gli racconta subito cosa è successo, una lite con un carabiniere, i soliti stronzi. Provocano apposta, dice il nuovo. L’altro conferma. Si guardano per conoscersi, ripromettono di rivedersi fuori, sopraggiunge una nebbia prima a banchi poi sempre più fitta, e infine le immagini si interrompono improvvisamente e così l’invenzione, e il giovane torna a essere in mezzo alla strada appoggiato al lampione: ma quello sono io? pensa il ragazzo; come ci sono finito nella storia del figlio della signora. La confusione regna sovrana quando le vicende si intrecciano e si incontrano secondo ordini naturali che a noi sembrano tanto complicati, anzi assurdi, biechi, sadici. Finzione, realtà, vita inventata e vita reale, un guazzabuglio infinito. Il giovane iniziò a capirci qualcosa, o perlomeno così gli parve, azzardò delle ipotesi mentali e occorre dire che dei lumicini si accesero. Questo fatto di ritrovarsi in carne e ossa e con la sua notte di nero carcere dentro una storia inventata (ma era poi realmente inventata?) aveva smosso la sabbia, e rimestato lì dentro dove qualcosa si trova sempre. Non attese oltre, e corse a casa.

 

Michele Mocciola

 

(fine seconda parte - continua)

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