martedì 17 giugno 2014

LA LISTA


 

Il Giudice Tal dei Tali un giorno che era di turno per gli arrestati, ebbe a che fare con un giovane condotto coi ferri ai polsi, al suo cospetto accusato di essere venuto a mani con un carabiniere - giovane anch’esso - che gli aveva, incautamente, richiesto i documenti, ignorandone l’intemperanza. Ne era scaturita una breve ma intensa colluttazione, di cui v’era traccia negli allegati - e reciproci - certificati medici che attestavano: a) per il militare: rossastre escoriazioni alle mani e tumefazioni in viso; b) per il giovane virgulto: graffi periorbitali e qualche capello in meno (poca roba). Durante l’interrogatorio il Giudice, quel giorno (e non so il perché) si lasciò andare a filosofiche riflessioni. Era giudice di carriera e di provata esperienza, e serio per di più, eppure dopo oltre vent’anni gli prudeva un certo gusto di dire la sua, abbandonate le remore di circostanza. Lui si sentiva, ora, autorizzato, ad affacciarsi al proprio balcone fiorito in primavera per dialogare con un pubblico che stimava attento alle sue parole di saggezza.
Mi rendo conto, disse il Giudice al giovane in catene, che non è semplice affrontare questa umanità; in realtà non lo era nell’Ottocento, e potrei citare fior fiori di scrittori che nero su bianco hanno attestato ciò in pagine di memorabile bellezza. Figuriamoci quanto possa esserlo ora che le cose (lo sottolineò) si sono complicate all’inverosimile; e dico cose per dire relazioni, rapporti, frequentazioni. Detto ciò, concluse, la difficoltà del vivere non è un buon motivo per alzare le mani, tanto meno su un carabiniere. La smetta, gli disse perentorio e forse anche spazientito, di ricorrere a tradizionali quanto noiosi (sbadigliò) metodi sbrigativi per risolvere questioni individuali; la smetta (lo ripeté) di scegliere la via di fuga più breve - e più comoda - dalle sue ambasce avvinazzandosi la sera con quel che ne segue - lei mi capisce. Sarebbe il caso (e si fece suadente) che lei (anche questo sottolineò) si impegnasse di più ad affrontare il mondo cercando altrove una ragione della sua esistenza, e che sia un altrove lecito, ovviamente. Crede forse che io non sappia la fatica che si fa a scendere ogni giorno nelle piazze e nelle vie, a confrontarsi con questo e con quello, a rinunciare a un poco della propria arroganza e presunzione e orgoglio, a dominare la paura e poi a riconoscerla e accettarla, a fidarsi, a guardare negli occhi e, insomma, a vivere? Lo so bene e lo sperimento, e mi verrebbe facile anche a me, talvolta, di allungare una mano o un calcio, eppure non lo faccio: troppo semplice, troppo istintivo. Invece, caromio, sa cosa faccio? Il ragazzo lo guardava fisso e stupito, con gli occhi un po’ gonfi per i graffi e il sonno non goduto nella cella. Lo sa che faccio? ripeteva il Giudice eccitato. No, non lo so, rispose con candore. Lo sapevo, replicò soddisfatto il Giudice, lo sapevo che non lo sapeva, allora glielo dico io: sfoglio delle pagine (e umettandosi l’indice ne mimava il gesto) e ... leggo; sì leggo. Leggo pagine e pagine di storie fantastiche, di amori e di morti, di persone, leggo libri di autori indimenticabili e così mi riappacifico. Leggere, leggere, leggere, questo è l’antidoto al veleno che ci danno, ogni giorno, ragazzo mio. Il ragazzo deglutì e tacque. Tutti tacquero. La seduta si sciolse secondo le regole e la prassi.
Il giorno del giudizio il ragazzo se la cavò con una piccola condanna con tanto di benefici e respirò di nuovo l’aria della libertà, che quella più di tutto gli era mancata.
Passò qualche tempo, le cose andavano come al solito, quando un giorno una segretaria annunciò al Giudice Tal dei Tali - indaffarato tra le carte del suo studio - che c’era una persona che lo cercava insistentemente; il Giudice chiese chi mai fosse costui, e la cortese donna poté soltanto dire: è un giovane. Sentiamo che vuole, sentenziò il Giudice. Apparve sulla porta il ragazzo a suo tempo in catene, era sbarbato e coi capelli tirati a lucido, un’espressione pensosa. E tu che ci fai qui? chiese il Giudice, hai nostalgia del carcere?; il ragazzo sorrise, capì che era bene accolto, ed entrò.
Il ragazzo andò dritto a sedersi, era determinato nell’atteggiamento, e si mise ad attendere come se fosse stato convocato, mentre era stato lui a prendere l’iniziativa. Il Giudice era seduto di fronte e si interrogava sulle sue intenzioni, apprezzandone la sicumera. (Non è vero che si conquista con l’età e l’esperienza, questo giovane ce l’ha già, pensò). Ti trovo bene, gli disse, rimarcando il tono confidenziale; e tacque. Anche il ragazzo taceva, aspettando. Embè, gli fece il Giudice; embè cosa, rispose il giovane; Cristosanto, uscì detto al Giudice facile all’irritazione, cosa vuoi da me, cosa sei venuto a fare; come cosa voglio, la lista no?, fece candido il giovane; benedettiddio, la lista? sbarrò gli occhi il Giudice; sì la lista la lista, di rimando l’altro; ma di che lista parli, io non ne so niente. Il ragazzo si aggiustò sulla poltrona comoda. Aveva occhi lucenti di un’attesa maturata da tempo. Sono qui, disse, per la lista dei libri, quelli che quando li leggi non ti viene di alzare le mani o di tirare dei calci, e ti fanno amare l’umanità, o se proprio non te la fanno amare, te la fanno accettare così com’è, e tu poi vivi meglio; e, soprattutto, non ti ubriachi e non metti le mani addosso ai carabinieri che ti chiedono i documenti. Il povero Giudice sbiancò. Sbiancò di netto su tutto il viso, e le mani gli tremavano, e pensò per un attimo che quel giovane gliela stava per fare, mettendolo sotto alle sue stesse parole. Sapeva controllarsi quel Giudice, d’età e d’esperienza, e si controllò: ah già! la lista, è vero, ti confesso che me n’ero dimenticato, hai fatto bene a venire fin qui a ricordarmelo, hai fatto proprio bene. Tacque ed ogni cosa rimase in sospensione, compreso il ragazzo, che probabilmente non aveva poi tanta fretta. Dopo poco il Giudice disse: va bene, l’avrai, torna domani, alle 11 in punto. Il giovane ringraziò in mille modi, gli sorrise e se ne andò.
Quella sera il Giudice non chiuse occhio.
Non era tanto il fatto di preparare la lista, che pure richiedeva un quale impegno, quanto di essere stato per una volta preso in parola, alla lettera. Lui aveva parlato dallo scranno di giustizia, età e severità, e l’altro, un giovane ubriacone, senza studi e censo e origini, gli aveva dato credito, e veramente intendeva affidarsi ai libri di cui lui vantava le lodi per fare della difficoltà della vita un momento di felicità piuttosto che un alibi alle proprie scelleratezze. Una responsabilità di tal fatta, giurava il Giudice, non l’aveva mai sentita. Ma non si tirò indietro.
Il giorno successivo il ragazzo si ripresentò al Palazzo di Giustizia con un viso sorridente lì dove i volti erano corrucciati, gli sguardi di sbieco, e la prosopopea suonava fanfare roboanti. La solita segretaria cortese l’accompagnò allo studio del Giudice Tal dei Tali. Il giovane vide, anziché il Giudice che lui conosceva, un uomo con la barba incolta e gli occhi pesti e gli avrebbe voluto chiedere cosa gli fosse mai successo, ma si trattenne: non era il caso di concedersi certe confidenze. Sedette al suo posto e tacque.
Il Giudice era a capo chino che scarabocchiava un foglio, lo guardò appena, con sinecura, e gli disse: la lista oggi non c’è, torna domani. Il ragazzo non batté ciglio, salutò, si alzò ed uscì.
I giorni si susseguono in fretta, arrivò domani, dopo domani e quello dopo ancora, e la scena si ripeteva uguale, senza il minimo cambiamento. A Palazzo di Giustizia conoscevano tutti, ormai, quel bel ragazzo che ogni giorno alle 11 in punto si presentava nella stanza del Giudice per uscirne dopo pochi secondi. Lo accoglievano chi con una pacca sulla spalla, chi con un sorriso, chi inviandogli un bacio; qualcuno tra i più socievoli gli gridava salendo le scale, come va oggi? novità?, e lui serafico: tutto come sempre, nulla è cambiato. Ed era vero, perché non era riuscito ad ottenere non una lista ma neppure un solo titolo di uno di quei libri favolosi, di cui aveva gustato il solo odore quand’era lui in catene. Gli piaceva che venisse riconosciuto e salutato, e godeva di quella sorta di frequentazione con il Giudice Tal dei Tali cui era stato ammesso, nonostante il resto. Talvolta si chiedeva l’utilità delle visite quotidiane, improduttive su ogni fronte, e s’affacciava il senso di un’attesa illusoria, e di una lista finora inesistente, ma andava avanti con una decisione che non gli era nota.
Capitò che un giorno, dopo l’ennesimo rinvio, uscendo dal Palazzo e contento di alcuni apprezzamenti fisici che gli erano stati rivolti in un contesto sempre più amichevole, si accorse per la prima volta che a pochi passi da lì c’era una grande libreria. Entro, si disse, almeno inizio a prendere confidenza e quando avrò la lista sarò pronto e saprò dove cercarli. Girò per gli scaffali con occhi di sorpresa per la quantità di libri accatastati e tutti diversi. Erano tanti, troppi per lui inesperto, e dopo un po’ che stava lì iniziò a girargli la testa. Ebbe sussulti di nausea, le scritte si accavallavano e sovrapponevano, gli scaffali gli parevano troppo pieni e lì lì per crollare e lui sarebbe morto sepolto da una quantità indescrivibile di libri sconosciuti, e nessuno l’avrebbe più ritrovato e non ci sarebbe stato né funerale né sepoltura e... scappò via terrorizzato, e una volta a casa s’infilò nel letto con il cuscino sopra la testa e giurò a sé che mai avrebbe più messo piede in una libreria.
Ma, va da sé, che le cose non andarono così.
Una mattina di qualche tempo dopo, arrivando trafelato al Palazzo di Giustizia, che s’era fatto tardi e sapeva che il Giudice Tal dei Tali non sopportava i ritardatari, passando di corsa davanti alla libreria avvertì come un lampo tutto giallo negli occhi che coprì temendo di restare accecato. Cos’è stato, pensò, ma non aveva tempo di fermarsi e proseguì, e quando si ritrovò seduto davanti al Giudice in ritardo di ben cinque minuti, s’accorse di non avere fiato neppure per scusarsi. Il Giudice come sempre era occupato nelle sue cose e neppure alzò lo sguardo verso di lui gustandosi il rumore dell’affanno. Oggi sei in ritardo, come mai? gli chiese, forse non ti interessa più la lista? ritieni come tutti voialtri giovani che il tempo che non viene immediatamente riempito di cose tangibili è tempo perso? Il giovane si sentì offeso da quel giudizio perentorio e ingiusto. Erano mesi che ogni giorno, alle undici, assecondava le promesse di quel vecchio rinunciando ad ogni altro impegno, e per di più veniva accomunato ai suoi coetanei, felici di una sconfinata spensieratezza. Ingoiò il rospo. Ma no che dice, può capitare una volta di essere in ritardo, sono umano; il Giudice lo rimbrottò: lo sarai ancora di più dopo avere avuto la mia lista, ci sto lavorando; non farti strane idee, non pensare che dopo aver letto tutti quei libri affascinanti potrai permetterti di arrivare sempre di più in ritardo, anzi dovrai essere più puntuale, più preciso, più attento, e più capirai il mondo più ti sembrerà assurdo e più dovrai adeguarti a lui. Ti sei messo in un brutto guaio, giovanotto. Il ragazzo arrossì, lo avrebbe volentieri strangolato, ma pensò che gli sarebbero toccati almeno trent’anni di carcere, a dire bene, e rinunciò all’idea. Però gli chiese un suggerimento. Il Giudice alzò finalmente lo sguardo: va bene ma fai presto non vedi come sono occupato. Il giovane gli raccontò in due parole del lampo accecante di poco prima, dello spavento che ne aveva avuto, e se lui aveva idea di cosa potesse essere. Il Giudice tra mille sbruffi d’impazienza gli rispose: c’è solo un modo per sapere cos’era: entrarci dentro; torna lì e può darsi che tutto ti sarà più chiaro, e ora vattene. Il ragazzo come un fulmine uscì dallo studio e precipitandosi giù per le scale di corsa tornò alla libreria.
Il lampo giallo era ancora lì, e lo aspettava battendo il piede d’impazienza. Il ragazzo non poteva crederci che aspettasse proprio lui, che se n’era rimasto imperterrito all’ingresso della libreria, rifrangendosi su una vetrina tirata a lucido, sguazzandoci nel trogolo ritrovato: aveva atteso lui. Incredibile! ne ricordava pochissime di occasioni analoghe, sicuramente quando sua madre era in attesa di lui. Ma lo aveva aspettato veramente? gli sovvenne un dubbio e lo azzerò, in un batter d’occhio. Per paura evitò l’almanacco delle altre occasioni per dirigersi verso quel lampo che, rivedendolo, ora scalpitava in un giallo furioso, tendente al bruno. Pensò al Giudice e gli rimbombava: entrarci dentro. Due sole parole eppure affilate, odiose; erano sufficienti due passi, due passi ancora per due parole, ma la fatica gravava, schiacciandolo, e la paura lo tratteneva ad un palo o albero, chissà!, in ogni caso lo tratteneva. Paura e coraggio, che odioso binomio acquisito dalla nascita: non c’era una via di mezzo? era quella che cercava. La trovò nel modo più semplice e diretto, nessun arzigogolo: si mosse di un solo passo. Un passo ed una parola. Fu sufficiente; a volte basta mettere sul piatto un’intenzione seria. Il lampo se ne accorse e anche lui fece a sua volta un passo e lo prese sotto una calda luce protettiva, lo avviluppò, abbracciò, strinse, ma non pensate che gli facesse male, perché lui rideva, sentendo voglie e formicolii strani, come d’una bibita frizzante giù per la gola; gorgogliava, anche. Tutto finì all’improvviso, nel lampo di un baleno, lasciandogli un vorticoso giramento di testa, sorta di sbandamento incontrollabile, e oscillò, paurosamente, sotto l’effetto tellurico di una forza incontenibile e oscillando cadde su qualcosa o, peggio, qualcuno, che in quel mentre usciva dalla libreria, pieno di sé.
Si fa presto a dire qualcuno! Era una ragazza, e anche bella, con discrezione; insomma, dovevi soffermarti per carpirne i segreti di bellezza, certo è che non le avresti fischiato dietro al solo passaggio. Lei sbandò insieme ai capelli, da qualche parte si avvertirono ciondolii metallici (orecchini o bracciali, non so), ed un grosso libro le cadde di mano, aprendosi sull’asfalto. No, no, si mise a piagnucolare lei vedendo lo scompaginamento affettivo sotto i suoi occhi; ma guarda, continuò, guarda cosa hai fatto testa di c... e di m..., concluse la ragazza con pudicizia, e vi aggiunse dei pugnetti bene assestati sull’avambraccio sinistro. Il giovane ex detenuto era frastornato: che scherzo era quello? Donne e libri in un sol colpo? era quello l’appuntamento che aveva rischiato di saltare? Pensò al lampo e lo maledì. Maledì anche il Giudice, ma in un punto più profondo del suo oceano inquieto, e non se ne accorse. Farfugliò delle scuse incomprensibili, tacendo ovviamente del lampo giallo e della bibita frizzante, accovacciandosi a raccogliere il libro che, così conciato com’era, pareva una bocca storta con una brutta dentatura, e un ghigno da malfattore. Come si fanno ad amarli, disse tra sé. E intanto, giacché c’era, guardava in su le gambe niente male (di lei) che sparivano poco sopra il ginocchio. Non osò di più. Lascialo stare, gridò lei impaurita, non ti azzardare a toccarlo o sarà peggio per te, e dicendolo mostrò un tacco appuntito di tutto rispetto.
La vanità supera sempre la propria bellezza! gli venne da dire - ma non lo fece - al giovane ex detenuto e per nulla poeta o lettore, e pensò ad un qualche attacco di nonosoche. Di pazzia bella e buona, aggiunse tra sé, altroché. Bloccato a mezz’aria con le ginocchia piegate, le mani ad arpione e lo sguardo invariabilmente verso il su del cielo, oltre le gambe ferme al ginocchio dove troneggiava il bel viso di lei, sconcertato e rabbioso dell’infausta acquirente, s’interrogava sul da farsi. Un facere incommodo, pensò ancora. Ma cosa gli capitava di pensare certe frasi senza senso in lingue sconosciute, eleganti e supponenti, oh sì tanto supponenti, rincarò, ma del significato di quest’ultima parola (supponenti) non ne sapeva nulla. Iniziava ad innervosirsi di quanto accadeva e la testa gli rumoreggiava manco fosse un flipper, e per sgranchirne gli ingranaggi scosse il capo riccioluto muovendo un ammasso intricato di capelli neri, con boccoli anarchici che gli calavano sulla fronte, e dietro la nuca. La ragazza colse l’attimo della fatale incertezza, e lo colse al volo impietosendosi, entusiasta dei soli suoi capelli tra i quali frugò le sue idee o pensieri. A lui parve più che altro una bella grattata di testa e non gli dispiacque, e reagì con un tremito, di quelli incontrollabili. Poi, deciso, si alzò. Erano di già innamorati, reciprocamente. Che vuol dire facere incommodo, esordì lui; è semplice, fece lei col sorriso di chi non se la crede: si dice quando sei impegnato in un’azione scomoda, poco agevole. Ah! sorvolò; e supponente? e anche qui lei non ebbe incagli: uno che se la crede, insomma che se la tira. Tu non mi sembri supponente, continuò la ragazza, peccato il libro, e lo raccolse trattandolo da ferito semi-grave. Il giovane restava imbambolato, le spiegazioni erano soddisfacenti ma non si spiegava il resto, e si grattò la testa perché il problema era sicuramente lì dentro. Se vuoi te ne compro uno nuovo, un libro nuovo voglio dire, le disse il giovane; la ragazza guardava il suo libro dispiaciuta e lo accarezzava: non fa niente, gli disse, non si è rovinato molto e poi era l’ultima copia; beh!, sbottò lui, vuol dire che te ne compro uno diverso. Lei si fece arcigna: non penserai che un libro vale l’altro? Lui che sinceramente non sapeva di cosa stesse parlando, a peso morto in un mare di ingenuità, se ne uscì con un: ah no?
Caro lettore stranito, se tu fossi passato da quelle parti dopo qualche ora, all’incrocio tra le due vie principali, dove risalta l’insegna del bar-caffetteria, e avessi sbirciato tra i vetri che danno sulla strada, li avresti visti uno di fronte all’altro, con un gran numero di bicchieri vuoti, e avresti notato che lei parlava parlava e parlava, e lui l’ascoltava, interessato e paziente. Tu non puoi sapere l’argomento della conversazione, puoi magari immaginarlo perché ti ho condotto per mano ad occuparti di certe vite altrui, puoi giungere a delle conclusioni logiche, ma se qualcuno passando di lì come te, e vedendoti incollato al vetro che li guardavi attento e ti avesse chiesto: scusa lettore, mi sai dire cos’hanno da dirsi così tanto quei due? tu avresti esordito dicendo: penso che ... . Altre certezze non le avresti sfoderate visto che dal vetro potevi vedere e non ascoltare. Ecco! Però se tu non ti fossi limitato a guardare la strana coppia, e preso da un’insolita morbosità, ti fossi spinto con lo sguardo oltre, verso il tavolino sulla destra, sotto il grande affresco per nulla disdicevole con tante donne e uomini stilizzati ad una tavola imbandita, ti saresti accorto di me che, fingendo di farmi un’intera Settimana enigmistica, li ascoltavo più morboso di te, senza perdermi una sola parola. E tutto questo perché, più avveduto, non mi sono accontentato di guardare dal vetro ma ho preso coraggio, sono entrato e mi sono seduto proprio al loro fianco. Ho avuto più coraggio e ora posso riferirti segno per segno ciò che si dicevano, all’insaputa di me.

 

Michele Mocciola

 

(fine prima parte - continua)